“Dev’essere un papa giovane!”

–        13 marzo. Un anno di Papa Francesco. Te lo ricordi un anno fa? Stavamo insieme in piazza san Pietro.

–        Certo. La pioggia, il freddo, l’incertezza della piazza. “Bergoglio chi?”

–        È vero. Io ci avevo fatto pure un paio di reportage, per il primo giorno di Conclave e poi per la fumata bianca.

–        Io invece avevo scritto un pezzo di getto, la notte del 13. E la mattina dopo andai a comprarmi tutti i quotidiani.

–        Di quei giorni mi ricordo un paio di cose. Uno: è stato il momento in cui ho capito, in tutta la mia ingenuità, che ognuno ha la sua religione in testa. Vedevi tutte le divise diverse…si chiamano divise?

–        Le uniformi dei vari ordini?

–        Sì, quelle: ognuno ha il suo modo di esprimere la sua idea di religione, ma erano tutte accomunate in quel momento davanti alla figura del Papa. E poi mi resta il ricordo del “tifo” intorno ai vari candidati. Un po’ come nel film di Nanni Moretti. Non so, mi metteva un po’ imbarazzo sentire che c’era del tifo: «Vogliamo un Papa argentino!», «No, un Papa brasiliano!». Ecco, questo mi faceva strano. Tu non l’hai avvertita questa cosa?

–        Be’, sì. Mi ricordo gente esultare quella sera…

–        Però al momento dell’annuncio, il gelo. Ricordo l’istante in cui venne fatto il suo nome: nessuno capiva! Uno dietro di noi, se ti ricordi, urlò: «Ma non ci credo, non è possibile! Nessuno lo aveva detto!».

–        No, non me lo ricordo…

–        Ah, ecco! Sai perché non ti ricordi? Dopo la fumata non eravamo più insieme, perché la folla scattò in avanti e tu con loro. Non dico come a un concerto dei Metallica, ma quasi. Solo che a correre erano le suore.

–        È vero! Mi ricordo quell’attimo. Però volevo tornare sulla questione del tifo. Io credo che sia una logica dei media: rappresentano il Conclave coi criteri tipici di un’elezione, quindi si costruisce una competizione, si creano degli schieramenti. Invece penso ancora che dentro questo contesto le logiche sono diverse. Non è una logica di competizione ma di servizio, e i cardinali sono persone con una vocazione alla santità.

–        Be’ poi mi ricordo questa signora, sempre in piazza, disse una cosa che avrei voluto entrare nel mondo cattolico per riformarlo dal di dentro…

–        È un buon proposito…

–        E poi riunire la sinistra italiana…insomma, quando seppe l’età del Papa questa signora disse: «Ci voleva uno giovane!».

–        E in effetti quello era il grande pronostico. “Sarà chi sarà, ma avrà intorno ai 60 anni”. Io ne ero convinto! Se ci pensi a un anno di distanza, con quello che ha fatto questo Papa vecchietto, non ti sembra possibile. Io invece di quei giorni mi ricordo due sensazioni: trepidazione e incertezza. C’era attesa, sì, ma anche tanta incertezza perché le dimissioni del Papa sono peggio della morte: la morte è naturale, le dimissioni no. La Chiesa era sconvolta in quei giorni.

–        Allo sbando.

–        Un po’ sotto shock.

–        E poi venne fuori la foto del fulmine che colpisce san Pietro…

–        È vero. Che giornate…

–        Un’altra cosa stampata in mente di quel giorno: la piazza piena di telefoni e tablet!

–        C’è quella foto che confronta le piazze 2005-2013, impressionante.

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–        In quel momento pensavo a un’elezione del passato, neanche quella del 2005, diciamo cent’anni fa. Penso al clero ginocchia a terra, in preghiera. Invece avvertivi il contrasto: tutto un rituale d’altri tempi, e invece gli uomini e le donne della Chiesa con in mano questi strumenti tecnologici. Se entro in Chiesa io percepisco un luogo vecchio, e invece questo tratto di modernità mi ha fatto dire qualcosa: se io fossi un sacerdote, quando esce sul balcone il vicario di Cristo in Terra…penso a pregare, non a prendere in mano il tablet!

–        A me allora viene subito in mente la modernità antica di questo Papa, che ha chiesto lui alla piazza un momento di preghiera. Fu un atto rivoluzionario perché per la prima volta non era il Papa a dare la benedizione ai fedeli, ma chiedeva prima la preghiera dei fedeli su di sé. Ma da un certo punto di vista riportò la piazza a quel clima di preghiera che, in effetti, era sommerso dall’emozione. L’evento di spettacolo è tornato evento religioso.

–        Sì. Con molta semplicità, che è un po’ la caratteristica. La semplicità di un Papa che ti telefona, che si fa un selfie con te…

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–        Sai, io comunque vedo Francesco molto in continuità con papa Benedetto. Per prima cosa la sua rinuncia è stata molto coraggiosa. Ha capito di non avere le forze per l’opera energica di cui la Chiesa aveva bisogno, e ha fatto un passo di lato. E Benedetto aveva questa fortissima critica al relativismo, alla società materialista e arrivista. E cosa sono i gesti di Francesco se non un dedicare attenzione a tutte le persone, a ogni singola storia dentro un quadro di valori forti di riferimento?

–        Non so dirti. Ho solo i miei ricordi: quando morì Giovanni Paolo, tanti amici e compagni di scuola vennero a Roma per vedere il corpo. E poco dopo però già la gente diceva: «Questo Papa non coinvolge». Questo è quello che ti so dire. Mentre di Francesco dico che bisogna stare attenti a una deriva, che si vada a costruire troppo intorno alla sua immagine, vedi questo nuovo settimanale, Il mio papa, in edicola da poco. Bisogna fare attenzione.

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–        Vero. Si rischia di ridurre il messaggio del Papa all’estetica, mentre dietro i gesti c’è un messaggio evangelico. Senti, devo farti una domanda. Ti sembra cambiata la Chiesa in questo anno?

–        Non ne ho la minima idea! Mi sembra cambiato l’atteggiamento delle persone nei confronti della Chiesa. Ho trovato un riavvicinamento e maggiore dialogo con il mondo laico. Perché, tu pensi che sia cambiata?

–        Mi sembra che ciascuno sia più interrogato personalmente. I gesti di Francesco ti fanno dire: “Oh, il Papa quando vede un povero lo abbraccia e lo bacia. Io vedo un povero e giro la testa. Posso fare qualcosa di più?”. Mi sembra che molti riscoprano una vocazione al volontariato, al servizio. E questo conferma che i gesti del papa sono sostanza, non facciata.

–        Bello questo, la comunicazione attraverso i gesti che tocca la tua vita.

–        E poi una Chiesa che ha più coraggio a uscire e non a chiudersi. Punto fermo credo sia il discorso del 18 maggio alle associazioni e ai movimenti: «Meglio una Chiesa incidentata di una Chiesa che puzza di chiuso».

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Una risposta a “Dev’essere un papa giovane!”

  1. Gioele Anni ha detto:

    L’ha ribloggato su Diary of a Sportsmane ha commentato:

    Eh già. Doveva essere un Papa giovane. E invece…
    Le dimissioni di Benedetto, l’attesa, la fumata bianca. Ricordi e riflessioni da diverse angolazioni, a un anno dall’elezione di Francesco.

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