#effettoRenzi: politica pop o punto di partenza?

«Le persone possono morire, possono cambiare faccia. Le idee no, non passano»

È rimasto celebre un pensiero simile di Giovanni Falcone. Lo sosteneva pure Pietro Nenni: «Le idee camminano con le gambe degli uomini». Ci precedono, hanno un valore più duraturo di ogni singola vita umana. Gandhi, M.L. King, Mandela sono morti. Le loro idee, no. Ma da dove viene questa frase senza tempo?

Falcone

Viene da un lunedì sera di dicembre, freddo strisciante. Il Partito Democratico ha appena eletto un nuovo segretario con primarie dall’affluenza sorprendente. Un bar “dei brutti” diventa teatro di conversazioni belle. Due tramezzini e un telefono da caricare. Cominciamo a dialogare.

–      Ieri sera sono andato a letto felice. Non tanto per Renzi. Le primarie del PD sono state una festa di partecipazione. Quasi tre milioni di votanti. In un mondo in cui tutto dice stanchezza, disinteresse, rancore, tre milioni di persone hanno voluto dare una mano al cambiamento.

 –      Credi? Non sono d’accordo.

–      Cosa c’è che non ti convince?

–      Sento la necessità di non aggrapparmi a una persona. Le persone possono morire, possono cambiare faccia. Le idee no, non passano. È il dramma del tempo post-ideologico: non si ha più unità intorno a un’idea, ma intorno a un individuo. Per me dare 2€ e votare una persona non basta per “creare unità” o parlare di “partecipazione”. Dalla politica mi aspetto unità intorno a una visione della società, del mondo che verrà.

–      Io invece la vedo così: viviamo in un paese che ha bisogno di risposte concrete a problemi strutturali accumulati per anni. Mi sembra che Renzi proponga soluzioni per risolvere alcuni di questi problemi. Adesso Renzi ha avuto una legittimazione fortissima da un grande numero di elettori: le sue idee sono diventate le proposte di un partito e della sua base di cittadini. Perché non ti convince che si possa creare unità intorno a queste proposte concrete? Matteo-Renzi-el-nuevo-secretar_54395974913_51351706917_600_226

–      Non capisco che cosa intendi per “concretezza”.

–      Ti faccio qualche esempio: una legge elettorale che dia governabilità al paese, visto che abbiamo avuto 62 governi nella storia della Repubblica. Se penso che gli Stati Uniti hanno avuto 57 elezioni presidenziali, con quasi due secoli di storia in più di noi…

–      Poi?

–      Semplificazione istituzionale e taglio ai costi della politica. Piano per il lavoro che parta dalla semplificazione delle norme. Interventi di tutela dell’ambiente. Investimenti sulla cultura.

–      Provo a risponderti punto per punto. Partiamo dalla governabilità: in Italia la situazione politica è sempre stata soggetta a interessi esterni. Nel dopoguerra eravamo lo stato chiave del Mediterraneo con al suo interno il più forte partito comunista d’occidente. Dunque in realtà la stabilità c’è stata, ma intorno alla Dc che riusciva ad assorbire quanti più interessi possibili. voto-dcQuanto al taglio dei costi e alla semplificazione della politica, sono proposte ormai di tutti i partiti: non c’è identità culturale in questo. Il lavoro: molto vicino a Renzi era Ichino, oggi disperso nella galassia Monti, che personalmente non mi ha mai convinto; poi Renzi si è detto d’accordo con gli interventi della Fornero, non certo un’identità di sinistra. Mi stuzzicano ambiente e cultura, ma sarei interessato a conoscere meglio le soluzioni nazionali individuate da Renzi, che invece su questi temi tende a ricordare i suoi interventi da sindaco.

–      Ma è vero o non è vero che abbiamo bisogno di interventi drastici, immediati? L’Italia è impantanata nelle cose che non riesce a fare. Renzi ha il merito di indicare con chiarezza, senza i tentennamenti del politichese, alcune strade.

–      Si adatta soltanto ai tempi brevi della politica di oggi. Io continuo a non capire che idea abbia Renzi della società di domani. Sento i suoi slogan: ma sono un prodotto di uno staff ristretto? O davvero rispecchiano ciò che pensa chi lo ha sostenuto? Quegli elettori delle primarie PD, metà dei quali solo l’anno scorso sosteneva un candidato con un’ dea di società completamente diversa? Guarda come cambiano velocemente le cose oggi. Pensa a Grillo, che da paladino della democrazia diretta è diventato un mezzo despota. Io di questi politici non mi fido più, ho in mente altro per la politica.

–      Capisco il tuo discorso, ma il mondo corre, e noi stiamo indietro. Bisogna creare consenso su alcune idee basilari per l’oggi. Poi, a partire da questo consenso, credo che si potrà aggregare una base sociale che costruisca idee per il domani. Io la vedo così.

–      Tu mi parli di un grande consenso nella libera espressione di 3 milioni di cittadini. Nel 2011 sono stati oltre 27 milioni di persone a schierarsi a favore dell’acqua pubblica, a dire no al nucleare. 2-SI-PER-L-ACQUA-BENE-COMUNE_imagelargeEra una questione che tracciava un’idea di società: ma il referendum, e il popolo che lo ha votato, hanno acquisito la stessa legittimazione di Renzi? No. Io penso che lui faccia politica del consenso.

–      Non sono d’accordo, per me il fatto di dire parole chiare oltre che sulla politica anche su temi come ambiente, scuola, pari opportunità, inclusione degli immigrati è segno di una visione. E se l’elaborazione nazionale non è ancora completa – io per primo sono rimasto perplesso dalla vaghezza di alcune proposte in campagna elettorale – l’esperienza di sindaco mi pare un campo in cui le sue idee sono state messe alla prova. Certo sarebbe bello essere più vicini a Firenze, aver conosciuto giorno per giorno il lavoro di sindaco del nuovo segretario, per poter giudicare con maggiore competenza. Ma senti, Renzi cita spessissimo Obama. Per te, nel sistema ancora più mediatico degli Stati Uniti, Obama ha un’idea di società?

–      Certo. Pensa all’intervento sulla sanità. Per gli USA è qualcosa di rivoluzionario.

–      Bene. E se Renzi riuscisse a fare lo stesso con la cultura e l’ambiente? Se il dato dei tempi fosse che oggi la politica deve saper fare quadrato su poche questioni fondamentali, pur di guadagnare consenso?

–      Non lo posso accettare. Viviamo in un momento di precarietà politica ed economica. Ma trattiamo temi che segneranno la vita della società per 20, 30 anni. È questa la politica con cui vogliamo affrontarli? Questa politica “pop”?

–      Posso capire, ma usciamo da venti anni di Berlusconi, e ora una larga fetta di società è stregata da Grillo e i suoi “vaffanculo”. Ma perché non possiamo accettare che Renzi sia il polo di attrazione di un nuovo rapporto tra cittadini e politica, anche di un nuovo modo di fare politica?

–      Nuovo? A me non sembra. La politica parla soprattutto di se stessa. Guarda oggi! Grillo e Berlusconi, da fuori il Parlamento, vogliono sfasciare il sistema. Alfano e Letta, da dentro, cercano di preservarlo.2284024-lettaalfano Un gioco fra governabilità e protesta in cui si legittimano a vicenda. È la fine della politica, la politica che parla di sé. Come hai detto anche tu, le proposte più convincenti di Renzi (taglio costi, abolizione del Senato, riforma elettorale) sono ancora riferite alla politica. Non si va oltre, questo è il dibattito.

–      Ma la politica non prende decisioni da una vita. Questo è il momento di chiarirci su come deve funzionare, per fare in modo che poi finalmente si possa intervenire sul lavoro, la società, il domani.

–      Io vedo un punto: che la politica parla di ciò di cui non dovrebbe parlare. A Renzi do il merito di saper arrivare con semplicità alla gente con contenuti “positivi”. Ma pure Grillo lo sa fare, in negativo. Quando un Renzi, o chi per lui, mi parlerà davvero a fondo di disoccupazione, prospettive per i giovani, precarietà, lavoro, lo sosterrò.

–      Rispetto le tue conclusioni, ma il punto a cui arrivo io invece è un altro. La politica è consenso, e oggi, per i fallimenti di cui la stessa politica si è resa protagonista, nessuno le attribuisce più fiducia. Bisogna ricostruire il consenso partendo dalla base, convincendo i quasi 30 milioni di italiani che alle politiche hanno votato per Grillo o Berlusconi, o nemmeno si sono presentati alle urne, che una politica affidabile può ancora esistere. Renzi, ma tanti volti che lo sostengono (te ne dico uno su tutti: Roberto Giachetti), sta cercando di compiere questa operazione. Ricompatterà l’Italia in un clima diverso nei confronti della politica? Sarà la base per farci diventare “la locomotiva d’Europa”? Non possiamo saperlo. Secondo me però si parte così, dai 3 milioni di domenica.

–      Secondo me no.

–      Lo accetto, vedremo.

–      Quel che è certo è che continueremo a informarci e a discuterne, tra noi e con gli altri. Se ci tiriamo indietro, siamo già sconfitti.

Non sempre i dialoghi hanno una sintesi. E ognuno può avere una posizione differente, sfumata, opposta, altra. Ma solo il confronto costruisce unità. Che ne pensate amici? L’Italia sta davvero cambiando verso?

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La settimana rassegnata

Letta_fiducia

– Hai letto amico? Un’altra fiducia per il governo Letta!

– La terza in due mesi, dopo il 2 ottobre e il caso Cancellieri. Parla parla parla, ma in Italia non succede mai nulla.

– Ma come? Dove sei stato questa settimana? Ogni giorno capitava qualcosa di eccezionale.

– Non guardo più i tiggì, non apro più i giornali. Sono rassegnato. C’è questa protesta dei forconi, non la capisco, mi fa paura.

– Io non ti parlo di rassegnazione, ma di rassegna. Ascoltami, e poi mi dirai se davvero non sta accadendo nulla in questo maledetto assurdo bel Paese.

– Dai, comincia.

– Iniziamo dalla Verdania. Ci sono state per la prima volta le primarie nella Lega Nord: andava eletto il nuovo segretario dopo Roberto Maroni che adesso è alla guida della Regione Lombardia.

– Ah sì? Immagino le folle ai gazebo per votare!

– Non proprio. Il diritto al voto era riservato ai soli militanti, tra l’altro dovevano essere iscritti da almeno un anno.

– In quanti hanno votato?

– Il sessanta per cento degli aventi diritto ovvero 10 mila persone.

– E chi erano i candidati?

– Umberto Bossi e Matteo Salvini.

– Il senatur ancora in campo. Immagino che abbia stravinto!

– Dannata immaginazione. Sbagli ancora. Ha raccolto un misero 18% contro l’82% di Salvini.

– Momento, momento, momento. Chi è Salvini?

– Come puoi non ricordarlo! E’ famoso per i cori intonati contro i napoletani, per aver definito Giuliano Pisapia sindaco di Milano una malattia e per aver proposto dei posti privilegiati sui mezzi pubblici in favore dei cittadini milanesi.

– Davvero? Non ci credo!

– Eh allora guarda qui: vedere per credere.

– Ma dai, sono sicuro che nel ruolo di segretario abbasserà i toni, d’altronde la Lega governa ben 3 regioni al nord. Sssumerà un profilo istituzionale.

– Non direi. Appena è stato eletto ha dichiarato che questa non è l’Unione Europea ma l’Unione Sovietica, un gulag.

Umberto Bossi nel 1961 al Festival di Castrocaro, l’X Factor in miniatura dell’epoca.

– Insomma un bravo ragazzo, moderato nei modi. E Bossi, il fondatore, il padre di tutto, come l’ha presa?

– Nel 1961 partecipò con un suo pezzo al festival di Castrocaro, in quell’occasione perse in semifinale perché il suo brano era troppo triste. Più o meno, nonostante le primarie sono una sconfitta che pesa di più, sta come in quella canzone.

– Cos’altro è successo?

– Se hai letto qualcosa nelle scorse settimane saprai che è scomparso il Pdl in seguito alla scissione tra falchi e colombe. Adesso esistono due partiti. Uno, guidato dall’eterno Silvio Berlusconi è Forza Italia, l’altro si chiama il Nuovo Centro Destra e il condottiero è Angelino Alfano.

– La famosa Forza Italia 2.0?

– Eh sì, con tanto di circoli Forza Silvio e forse pure Forza Dudù. Senti qui, Berlusconi ne dà notizia in diretta in un discorso dagli altissimi contenuti politici. Mentre la disoccupazione giovanile è al 40%, ora sappiamo grazie al Cavaliere che il 36% di chi ha un gatto o un cane lo fa dormire con sé sul letto. E a giudicare dalla reazione del pubblico, la base del partito gradisce questa competenza appassionata del leader.

– Mi torna la rassegnazione. Di Silvio e delle sue trovate ne ho abbastanza, parlami di questo Nuovo Centro Destra, sembra innovativo, non ho mai visto un partito che avesse le parole “Centro Destra” all’interno.

– Al momento non so dirti molto, però ho visto la presentazione del nuovo logo che si è tenuta la scorsa settimana.

– C’erano facce nuove?

– Se Cicchitto e Schifani possono risultare nuovi…

– Capito. Mi dicevi del logo…

– Sì, posso dirti che la presentazione è stata un flop. Quando Angelino Alfano stava per svelare il nuovo simbolo è partita una musichetta che si è rapidamente interrotta, il simbolo è comparso per qualche secondo per poi scomparire nuovamente. Molti in sala non avevano capito che si trattava del simbolo. Poi è saltata la luce ed è calato il buio. A Gazebo se la sono risa per 10 minuti. Guarda qui.

– Povero Angelino, che figura! Come ha reagito?

– Angelino non si è perso d’animo, ha spiegato il significato del simbolo mediante una serie di metafore calcistiche.

– Come faceva Silvio?

– Sì ma senza il suo carisma e i trofei del Milan alle spalle.

– Be’…E questo simbolo com’è?

– Puoi vederlo da solo.

– Mhm…carino…anche se…non capisco cosa c’è da spiegare.

– Ma come! Angelino ha detto che giochiamo con il blu perché il blu è il colore del cielo e del mare; poi ha spiegato com’è fatto il quadrato.

– Ah…ok. Posso dire che non mi convince?

– Guarda…credo che non convinca nessuno del partito, figurarsi gli elettori.

– Vabbe’, buona fortuna ad Angelino e i suoi amici, hanno molto lavoro da fare e la partenza non è stata delle migliori.

– A proposito di migliori, ti porto fuori dall’Italia: alla veneranda età di 95 anni ci ha abbandonato Nelson Mandela, padre della lotta all’apartheid.

– Forse ti sbagli. Lui è il padre dell’apartheid!

– Ma che dici!

– Secondo Il Giornale è così. Guarda qua.

– Ah ah ah! Ma come si può fare un errore simile…

– E non è niente. Guarda il titolo del pezzo su Il Messaggero

– Che figura! Hanno svelato il coccodrillo.

– Coccodrillo? Ma non è morto di malattia?

– Che hai capito… Devi sapere che nel gergo giornalistico, il coccodrillo è un necrologio scritto in anticipo così quando giunge la notizia della morte di una persona, la redazione ha già il pezzo pronto.

– Non lo sapevo. Cinica come cosa.

– «E’ la stampa, bellezza».

– A proposito di bellezze, hai letto l’ultimo tweet horror di Flavia Vento?

– Anche lei ha voluto salutare Nelson Mandela?

– Ehm…credo che abbia fatto un po’ di confusione. Guarda qua!

– Ah ah ah, lo ha confuso con Morgan Freeman, ma come è possibile! No dai, deve essere un fake che sa usare bene Photoshop.

– Forse sì anche se non trovo smentite ufficiali, in effetti in America una cosa simile è capitata a Paris Hilton. Ma sono successe anche altre cose, ben più importanti del tweet di Flavia Vento. La legge elettorale, in arte “porcellum” è stata dichiarata incostituzionale, Grillo ha attaccato duramente i giornalisti e Renzi è il nuovo segretario del Pd. E, ancora fuori Italia, in Ucraina hanno abbattuto la statua di Lenin. Una settimana densissima.

– Ma allora è stata davvero una settimana epocale! Riparti dal porcellum, per favore. Mi spieghi prima di tutto perché questo nomignolo campagnolo per una legge elettorale?

– Allora, “porcellum” è un termine coniato dal politologo Giovanni Sartori.

– Mhm molto interessante sai…aspetta che me lo scrivo.

– Dai, ascoltami!  Sartori ha parlato di porcellum in seguito alle affermazioni di Roberto Calderoli che disse che questa legge elettorale era «una porcata».

– Ma Calderoli non è il Ministro che nel 2005 formulò proprio la legge elettorale?

– Esatto. E’ stato svelato l’arcano motivo per cui un ministro fa una legge che è una porcata volutamente. La legge elettorale precedente, il mattarellum, fu sotituita dal porcellum alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 per limitare la vittoria del centrosinistra e non garantire la stabilità al Senato.

– Ma no, sono dietrologie!

– E allora non sono l’unico a farle: http://www.lettera43.it/politica/porcellum-storia-della-legge-piu-discussa-della-repubblica_43675115168.htm

– E adesso? Che si fa? Abbiamo una legge elettorale? Quale sarà la nuova legge elettorale? E se cade il governo e si vota immediatamente, con quale sistema andiamo a votare?

– Pian pianino amico mio. Vedo che inizi a scaldarti sulla politica, sei curioso e fai molte domande. Ma serve ordine e chi meglio de Il Post può farlo? Leggi qua e avrai tutte le informazioni relative al delicatissimo dibattito sulla legge elettorale.

– Il Post? Ma cos’è un giornale?

– Sì. Solo on line. Web journalism, pieno di link e frasi brevi.

– Bah, saranno dei pennivendoli come lo è Maria Novella Oppo.

– Ah capisco, sei passato sul blog di Beppe Grillo, anche io l’ho fatto.

– Hai visto che il post sul blog si chiama “giornalista del giorno” mentre i giornali parlano di “lista nera di proscrizione”?

– In effetti, questo non è corretto.

– E poi Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, ha detto: «Versione 2.0 dei pestaggi di un tempo». Grillo non chiede nessun pestaggio, solo di segnalare articoli contro il Movimento 5 Stelle per alimentare queste rubrica del “Giornalista del giorno”. Che schifo!

– Calma, non scaldarti. Intanto dobbiamo dire chiaro e tondo che quella foto simil-segnaletica della giornalista è di pessimo gusto, e ricorda abitudini passate da brividi. Però in parte concordo con te. Forse si demonizza invece di affrontare con determinazione le questioni. Alcune dichiarazioni andrebbero stigmatizzate. Comunque la Boldrini non è lontana dalla verità con questa immagine. Ho dato uno sguardo all’effetto del post di Grillo su facebook e diciamo che non sono belle parole, né ha aperto un dibattito costruttivo sulla figura e i compiti del giornalista. Guarda i commenti!

– Sono allibito. Quanto rancore gratuito.

– Guarda, tornando al post di Grillo a dire il vero la cosa che mi è piaciuta meno di tutte è che non considera il giornalismo come un lavoro quando riceve dei fondi pubblici. Non capisco perché una persona che dal 1973 ogni giorno svolge la sua professione debba essere accusata di venire mantenuta dai contribuenti o comunque di non lavorare. Il giornalismo È una professione, vitale per lo sviluppo della democrazia. Se passa l’idea che fare il giornalista è non lavorare, la democrazia rischia di passare brutti periodi in questo Paese, amico.

– Ma la Oppo per quale giornale scrive?

– Per l’Unità.

– E allora guarda qua!

– Eh eh eh. Per oggi sono stanco di parlare. Ma so che per sabato quei pazzi di Stradialoghi hanno in mente un dialogo a partire dal successo del sindaco di Firenze.

– Mmh…ormai che la rassegna mi ha scaldato dalla rassegnazione, mi ha fatto ragionare e incuriosire, non è che non vuoi parlare di questo argomento? Forse Renzi ti sta un po’ antipatico?

– Dopo Berlusconi, Bossi, Calderoli, Salvini secondo te il problema può essere parlare di Renzi?

– E allora parliamone!

– Ok. Però sabato, leggendo Stradialoghi. Non mancare, ti offro pane e porcellum di Ariccia.

– Ah ah ah non vedo l’ora…

E voi, coraggiosi lettori di Stradialoghi, che sensazione avete dopo questa settimana rassegnata? Non vi sentirete…ancora più rassegnati?!

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L’importante è…NON partecipare

I consigli di Studio Aperto in caso di maltempo

Ci avete mai fatto caso? Più della metà delle conversazioni nascono da una constatazione sul tempo atmosferico. “Bel tempo oggi, vero?”; “Meno male che è tornato il sole!”; “Piove sempre…governo ladro”. Ma quando si registrano variazioni climatiche, come negli ultimi giorni per l’ondata di gelo che ha colpito l’Italia, ecco che il meteo schizza in testa all’agenda setting di ogni cittadino. Be’, certo, rileviamo che per Studio Aperto il meteo è sempre in testa all’agenda setting: il caldo è super caldo e il freddo è il Polo Nord. Viva l’enfasi. Ma torniamo a noi: dicevamo che per vincere l’imbarazzo del silenzio, molte conversazioni nascono da una semplice constatazione sul tempo. Questa, per esempio, che si svolge all’interno di un bar. Dove due cittadini, il Lettore di quotidiani e il Follower dei social network si ritrovano per sfuggire agli schiaffi del vento.

Lettore: Che freddo oggi, eh?

Follower (sguardo rivolto allo smartphone): Già.

Lettore: Non si può stare per strada, con questo clima da Siberia orientale.

Follower: Proprio no.

Lettore: Senti, ho appena letto sul giornale questa notizia. Sta a pagina 20, dopo tutti i coccodrilli pronti da un decennio per Berlusconi e gli acrostici coi nomi delle nuove tasse. Ascolta qua: “Gran Bretagna, Cameron chiude le frontiere: basta rumeni e bulgari”. Ne parlano anche i social network?

Follower: Mmh. No.

Lettore: Che roba. Bisognerebbe parlarne un po’ di più, di questa Europa. A maggio ci saranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, che paradossalmente, potrebbe essere invaso dalle forze anti-europeiste. Il sogno dell’UE potrebbe sciogliersi come una palla di neve al primo sole.

Follower: Che peccato.

Lettore: Dimmi, amico mio, di che parlano i tuoi amici immaginari…ehm…volevo dire tecnologici? Se l’Europa non se la fila nessuno, avrete qualcosa di cui parlare, pardon cinguettare, tutto il santo giorno?

Follower (alzando gli occhi dallo schermo): Fammi pensare. Decadenza a parte, la settimana è iniziata con due argomenti: il freddo, e le manifestazioni contro la violenza sulle donne.

Lettore: Come no! Lunedì era nientemeno che la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Immagino decine di appelli, proclami, risoluzioni…

Follower: In realtà, la frase più commentata è stata quella dell’onorevole Biancofiore, la sera in tv: «La stragrande maggioranza delle donne quando vede un uomo ricco e potente ci si butta a pesce».

Il mitico Don Giorgio de Capitani chiede di non far vedere né sentire più la Biancofiore.

Lettore: Che tristezza. Anche di questo problema enorme, che ormai la stampa ha etichettato come “femminicidio”, bisognerebbe parlare. Ci rientrano un sacco di riflessioni, di libertà, di etica, del rapporto uomo-donna…

Follower: Già

Il Lettore vorrebbe fare due chiacchiere, magari ricevere una risposta che vada oltre le parole spicce. Si ricorda di una frase di John Lennon e provocatoriamente la riadatta per l’occasione.

Lettore: La vita è ciò che ti succede mentre guardi il tuo smartphone. (E’ visibilmente compiaciuto)

Follower (ormai persuaso a lasciare lo smartphone): Guarda, tu che provochi, lo sai che su Twitter ho scoperto due ragazzi che fanno conversazioni su temi d’attualità. Il loro blog si chiama Stradialoghi. Magari un giorno si occuperanno anche delle questioni che hai tirato in ballo. Ora però, amico Lettore di giornali, ti faccio vedere una cosa che non puoi capire dai tuoi polverosi cartoni che il giorno dopo servono solo a incartare il pesce al mercato. Questo è il profilo Twitter di Gianni Cuperlo, il candidato alla segreteria del PD. Al mattino Renzi aveva detto che «O il governo fa le riforme, oppure finish!»; e lui ha risposto così:

SC20131128-232426

Lo scontro fra i candidati Pd finisce in detersivi

Lettore: Perbacco, che stranezza. Non me lo vedo Cuperlo a twittare un commento del genere. Ma a che gioco vuole giocare?

Follower: Ma non capisci? Cerca di raggiungere Renzi sul suo territorio. Vuole fare quello che si distacca dalla struttura, dalle formalità – anche linguistiche – di partito, per presentarsi in modo più diretto, friendly, accattivante. Se ti fai vedere come “politico”, di questi tempi, non fai strada. Il modello ora sono altri: Renzi, Grillo, da pochi giorni lo stesso Berlusconi.

Lettore: Be’…Cuperlo è un uomo di partito, dalle segreterie giovanili fino a fare da spalla negli anni d’oro di D’Alema che faceva il premier, ha percorso tutte le tappe, scatti di anzianità vari e adesso prova a fare il salto alla poltrona di segreteria. Mi sembra strano che faccia il tipo fuori dai giochi, mi sembra a maggior ragione uno che vuole intrattenere i rapporti consolidati nel partito e con le organizzazioni collaterali.

Follower: Ed è questo il punto. E’ una prospettiva poco attraente essere l’uomo di D’Alema. Essere “dentro”. Ti dirò la verità: se non fosse per il fake di Cuperlo, non saprei della sua esistenza. Mentre Renzi sì che su Twitter ci sa fare: risponde a tutti, è sempre pronto e sintetico a dire la sua visione di politica.

Lettore: D’accordo, ma anche Renzi, Berlusconi e Grillo fanno politica.

Follower: Sì, ma lo fanno fuori dai giochi. Grillo non ha la minima intenzione di entrare in

Berlusconi come Aldo Moro. Lo sostengono i suoi tifosi in questo stendardo. Non sono fanatici.

Parlamento, preferisce rappresentare gli elettori delusi dei partiti attraverso le sue abilità comico-teatrali. Berlusconi da statista del decennio scorso d’un tratto si tramuta in un clandestino in lotta contro i poteri dello Stato. E Renzi fa la sua crociata per cambiare il partito, ma presentandosi come quello che sarà segretario e sindaco, niente auto blu ma sempre la sua bicicletta per stare “in mezzo alla gente” e “vivere i problemi delle persone”.

Lettore: credo di capire il ragionamento. Istituzioni e partiti oggi sono visti come un terreno di corruzione e ipocrisia; chi invece ne è fuori, per logica, è sicuramente meglio di chi è dentro. In questo modo si distingue dalla massa e si identifica con i cittadini.

Follower: Esattamente. E’ un nuovo metodo che è rinchiuso nel principio della “campagna elettorale permanente”. Tu la campagna elettorale la fai per acquisire il consenso necessario per salire al potere, saltando le tappe intermedie.

Lettore: Sì…ma la formazione di partito?

Quando il partito era l’apparato si faceva formazione, carriera e poi si andava persino in pensione (non nel suo caso).

Follower: Lascia stare. Sei fuori rotta.

Lettore: quindi il povero Cuperlo, nonostante tutta la carriera e la formazione fatta fino a ora nel partito, sarà scavalcato inevitabilmente da Renzi che è semplicemente il sindaco di Firenze?

Follower: Sicuramente. Renzi dopo lo scontro alle primarie con Bersani poteva godere dei privilegi del secondo classificato: parte di direzione del partito, numero di parlamentari, posto in parlamento e, forse, pure un incarico ministeriale. Ma ha preferito tenersene fuori. Questo rientra nella sua strategia o vision della politica. Non voglio poltrone né stare sulla scena per tutta la vita, anzi, un po’ di anni e poi a casa, vai con le nuove generazioni. Questo piace molto.

Lettore: Anche Grillo credo faccia così. Giusto?

Follower: Grillo non aveva mai accompagnato un movimento politico alle elezioni. Quando l’ha fatto ha raccolto il 25% dei voti. Il punto forte della sua campagna elettorale è stato per l’appunto il non essere un candidato, non essere un politico, non aver militato in partiti e di non volerne avere a che fare in alcun modo. Anche questo è piaciuto molto.

Lettore: Mi stai dicendo che ha vinto perché non ha partecipato?

Follower: Non proprio. O almeno, in questo ragionamento sì. Cioè, è un ragionamento che vale per tutti. Renzi alle scorse primarie non mostrava la bandiera del partito né si riconosceva nella direzione nazionale o nel suo operato storico. Berlusconi non si è candidato come premier, optando per il moderato Angelino Alfano, ma di fatto ha condotto la campagna elettorale del centro destra. E Grillo non si è candidato ma ha guidato le piazze con i suoi comizi e il web con il suo blog.

Lettore: Ok. Voglio crederci. In fondo sono i leader del paese. E allora dimmi perché il povero Monti, che era uomo fuori dai partiti, chiamato a salvare l’Italia, in questo gioco non è stato premiato al voto?

Il vero motivo dell’insuccesso

Follower: Perché inizialmente era l’uomo fuori dalla politica che avrebbe restituito la sobrietà necessaria al paese e sollevato l’immagine all’estero. In un secondo momento, però, quando le elezioni si avvicinavano qualcosa è cambiato: il suo passato professionale non era più così “fuori” dal sistema ma, anzi, sembrava fosse ancora più “dentro” di quello che poteva essere un politico di professione.

Lettore: Mi stai parlando del mondo finanziario?

Follower: Non solo, agli occhi di tutti era diventato l’intruso, soprattutto quando si è candidato: Goldman Sachs, Bocconi, l’amico della Merkel, l’uomo della Bce. I “poteri forti”.

Lettore: A quel punto le tasse in aumento, il ripristino della tassa sulla prima casa erano diventate delle sue responsabilità personali. Però, a parte questa, se l’è cercata quando ha caricato le vecchie volpi della politica sul carro: vedi Fini, Rutelli e Casini.

Follower: Quelli ormai sono fuori per davvero, nessuna tattica. Pensa a Casini, quante ne sta combinando pur di sopravvivere.

Lettore: E allora quando usciremo da questa “campagna elettorale permanente”, da questa visione della politica che dopo decenni di incapacità nel risolvere i problemi, deve ora presentarsi come esercizio provvisorio per essere appetibile agli occhi degli italiani?

Follower: Aspetta, aspetta! Un nuovo tweet! Un’altra bordata mediatica!

Lettore: Di chi? Che dice? Quali proposte? Quale piano per il Paese?

Follower: Aspetta…sto aggiornando la timeline… (torna a picchiare come un disperato sulla tastiera, di nuovo immerso nel mondo virtuale).

Lettore (scoraggiato, tra sé e sé): La mia ultima domanda rimane senza risposta. Pazienza., c’è di peggio: ho quasi finito il mio giornale. Mi mancano solo le pagine dello sport. Poi rimarranno solo i programmi televisivi. E in ultima pagina, le previsioni del tempo. Domani sarà ancora freddo, dannazione.

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Masterpiece: scrivere non è reality

– Ciao Marco, come va col tuo blog in cui scrivi, Le colline periferiche giusto?

– Mah, ti dirò, per me è una palestra, scrivere e avere un confronto non può che migliorarti, ma sai, non è che puoi ambire di più, mi riferisco a pubblicazioni editoriali o monetizzazioni provenienti dalle visite. Ma va bene così.

– Ma come! Non sai che su Rai Tre va in onda Masterpiece?

– Sì, sì, il reality dedicato alla scrittura.

– Esatto. In 5 mila hanno inviato il proprio manoscritto e la scorsa settimana è andata in onda la prima puntata. Settanta finalisti si contendono la pubblicazione del proprio romanzo dalla casa editrice Bompiani. Il vincitore avrà un compenso di 5 mila euro e l’unica opera vincitrice sarà stampata e diffusa in 100 mila copie. Un vero e proprio best seller. Che occasione sciupata, la tua.

– Guarda, anche se ne ero a conoscenza non c’ho pensato minimamente. Ho visto la prima puntata e mi sento sicuro della scelta fatta. In aggiunta ti dirò che se lo sapesse il povero Bompiani si rivolterebbe nella tomba.

– Addirittura! Perché sei così critico?

– Beh perché fare un talent show sui libri mi sembra difficile. Penso ai tempi della lettura, al ritmo della narrativa romanzesca e non credo che sia conciliante con i tempi televisivi.

– Eppure “Per un pugno di libri” andava in tv la domenica ed era molto bello.

– Concordo, quel programma era bellissimo, ma si parlava di libri, non di scrittura. Il caso Masterpiece è un programma diverso, chissà quanto successo avrà.

– Intanto però la prima puntata è andata benone: 700 mila spettatori in seconda serata e trend topic su twitter. Jovanotti si è detto entusiasta del programma.

– Sarà. Ma ho visto mettere al centro più i casi umani degli autori che i libri: dei candidati abbiamo saputo praticamente tutto. C’era una donna operaia che non vedeva il padre da una vita, il ragazzo nichilista che praticava l’astensione sessuale, l’ex ricoverato in una clinica psichiatrica per depressione, l’ex galeotto siciliano che riempie la pancia quando vince la mano giusta a poker, il giramondo fragile e maledetto che emula John Fante e la veneziana timida che ha sconfitto l’anoressia.

– E dei libri, che ti è sembrato?

– Ecco. Hai centrato il punto. I libri dov’erano? Non te lo saprei dire, ogni candidato ha letto dieci righe dal proprio romanzo mentre la telecamera si muoveva rapida in primi piani stretti, ora dei giurati, ora dello scrittore. Il tutto condito da un sottofondo musicale spesso scontato.

– Anch’io ho visto la puntata, dopo ti dico il mio parere. Ma mi piace quando sei astioso… Continua, dimmi la tua sui giudici. Sono tre, due grandi firme italiane come De Cataldo e Di Carlo e poi Taiye Selasi, scrittrice afro-politan destinata al successo.

– Ti dico, De Cataldo e Di Carlo sono dei grandissimi scrittori e hanno scritto dei libri che sono già storia della nostra letteratura. Non c’è dubbio. Però mi ha sorpreso il loro atteggiamento, mi aspettavo qualcosa di diverso da parte loro rispetto ai giudici degli altri talent. L’hai visto Di Carlo che strappa i lavori di due concorrenti? Mentre De Cataldo faceva il simpatico e la Selasi si atteggiava a copia di Mika, il cantante famoso in tutto il mondo e ora giudice del nostro X-Factor.

– Ma ci avrai visto una differenza con gli altri talent show!

– No, nessuna. Anzi, forse, è peggio. Nei talent show come X-Factor conta il canto più che il brano, in Masterchef conta il piatto preparato dal cuoco, nel caso di Masterpiece conta il personaggio, che sarebbe lo scrittore, e non il piatto in tavola o le capacità canore ed espressive. E questo perché la scrittura ha altre caratteristiche rispetto al brano e ancora di più al piatto. Non è esternazione scenica del sentimento, perché l’autore resta fisicamente in secondo piano; tanto meno deve ricevere un giudizio anche impietoso come quello dello chef, che deve servire una buona pietanza al ristorante piena la giusta incazzatura dei suoi clienti.

– Insomma tu lo chiameresti “Lo Scrittore”, e non la traduzione inglese di “Capolavoro”.

– Forse sì. Gli scrittori mi sono sembrati i personaggi dei romanzi che hanno scritto, più che degli autori. C’è una mimesi eccessiva, forse, nei romanzi degli ultimi anni fra autore e personaggio principale. E’ una deriva dell’editoria pop, credo… A questo punto, però, convieni con me se dico che stanno costruendo un fenomeno mediatico per vendere libri in cui la qualità conta poco e non un “Masterpiece” ovvero un “Capolavoro” che dovrebbe basarsi sulla trama, l’uso della lingua, la narrazione e il rapporto del testo e dell’autore con il tempo in cui vive.

– Ok, però mi viene da dire che hai una formazione di un certo tipo: liceo, cinque anni di lettere, leggi tanto i giornali e ancora più libri. Non credi sia un format che può colpire chi è lontano dalla lettura e dalla scrittura, e invogliarlo a mettersi in gioco?

– Probabile. Forse, scriveranno un po’ tutti di più, e l’anno prossimo altro che 5 mila concorrenti. Ne arriveranno almeno il doppio. Così si scriverà sempre di più, tutti a voler pubblicare il loro “romanzo di vita”. Ma credo che si leggerà sempre meno.

– Dai non essere fatalista! Siamo appena alla prima puntata.

– Ma sì, forse hai ragione, forse è solo l’editoria che punta a sopravvivere. Però posso essere ancora un po’ critico?

– Spara, ormai!

– Perché dicono che si tratta di un programma innovativo? In fondo hanno preso la televisione per risanare il settore editoriale che, dicono, sia in crisi economica, forse più di idee direi. In fondo hanno preso un formato televisivo che abbiamo visto e rivisto fino alla nausea, l’unica differenza è che c’è la penna al posto del microfono o del mestolo e la padella. Non vedo nulla di innovativo ma qualcosa di già visto applicato alla scrittura. Forse è solo l’editoria che punta a sopravvivere.

– Croce sopra per Marco. Ora ti dico la mia.

– Sono curioso.

– Hai ragione: il programma non parla di libri. Non ho capito nulla delle singole trame dei romanzi. Poi, ho trovato patetici i momenti in cui compare il “coach”, un aiutante che dovrebbe seguire gli scrittori dietro le quinte. Ma la delusione più grande sono state le prove.

– Già, io neanche le ho menzionate. Erano due. Nella prima i quattro finalisti della puntata dovevano raccontare in mezz’ora un’esperienza che avevano fatto insieme al coach: una coppia di “scrittori” è andata in un centro sociale, un’altra in una vecchia balera. Poi, i due sopravvissuti a questa prima prova venivano condotti alla Mole Antonelliana (tutto il reality si gira a Torino): qui a turno salivano sull’ascensore interno con Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale di Bompiani, e nei 59 secondi della salita dovevano convincerla della bontà del loro romanzo.

– Dunque, gli scritti della prima prova erano insignificanti. E questo mi è sembrato ovvio: come si fa a trasporre un’emozione in mezz’ora? La scrittura narrativa richiede tempi distesi, concentrazione, capacità di sentirsi dentro. Altra cosa è il giornalismo, per quello serve la brevità!

– Concordo. E della seconda, ti dico già che l’ho trovata inutile.

– Centro. Non ne è uscito neppure un giudizio: la Sgarbi ha detto che “ha amato entrambi

Abbiamo cercato un’immagine in cui De Mita legge o quanto meno ha un libro fra le mani, andava bene anche un suo libro ma su google questa immagine non è pervenuta

gli autori”. Neanche De Mita avrebbe osato tanto!

– Allora sei anche tu critico al massimo come me.

– Invece no. È vero, come ti ho spiegato, non mi piace questa idea che si dà della scrittura. A un certo punto De Cataldo dice che «oggi scrivere con una pistola alla tempia è condizione doverosa e necessaria per uno scrittore». Ma perché?! Dopo la prova sulla scrittura sono andato a rivedermi quella scena memorabile dell’Attimo Fuggente, in cui il prof. Keating dice agli studenti: «Non si può giudicare la poesia facendo la hit parade». Te la ricordi? Quello sì che è un masterpiece. Non stiamo parlando di poesia ma di scrittura, però il concetto è lo stesso. Eppure…

– Eppure cosa?

– Faccio il giudice: per me non è né “no” né “sì”. Non ancora, almeno. Siamo comunque davanti a un programma che parla di libri, e questo è un bene. È stata solo la prima puntata, potranno rivedere delle cose. Ad esempio i giudici potranno essere meno costruiti: Di Carlo che straccia i fogli, la Selasi che dice alla concorrente «Mi hai deluso» è puro scimmiottamento Masterchef, inaccettabile. Poi non deve passare l’idea che chiunque può scrivere, che basta riversare su un foglio una vita complicata per essere “scrittori”. Ma gli do ancora un po’ di fiducia: se dopo questa prima puntata cento persone lontane dalla lettura avessero comprato “Due di due”, “Romanzo Criminale” o un libro della Selasi, già il programma avrebbe raggiunto un suo obiettivo.

– Speriamo Giò. Due di Due è un libro bellissimo. Intanto ti dico una cosa: quei bravi ragazzi di Bookskywalker come sempre sono stati più forti di noi, si sono fatti fare la recensione della puntata da un ragazzo che ha tentato le selezioni. Se i nostri 25 lettori vorranno darci un’occhiata, troveranno una testimonianza di persona.

– Sempre più avanti. Ma ti sbagli sui lettori, amico. Ormai veleggiamo verso la tripla cifra di media.

– Mi prendi in giro.

– Vedremo al prossimo dialogo. Sai che ti dico? Diventeremo famosi e faranno un reality in cui i concorrenti si sfidano componendo dialoghi.

– Ma smettila. Per me è no!

– Croce sopra, e due. Rimarremo comunque fedeli al nostro Stradialoghi.

– Sempre. Alla prossima!

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Io sono stato in Kosovo – Prima parte

What’s app. Coversazione iniziata alle ore 14.44 del 5 novembre 2013. Mittente: Gioele. Ricevente: Marco.

Gioele: Marco, vedi un po’ questa notizia. È una rassegna stampa quotidiana. Leggi le righe sul Kosovo.

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Marco: Maledizione! Ma il nostro compagno di università, Henri K, non andava proprio in Kosovo a scrivere un reportage?

Gioele: Sì, per The East Journal. Speriamo non gli sia successo nulla. Ma perché ci andava?

Marco: Sai, lui è nato e cresciuto in Albania. Ora è in Italia da molti anni, ma resta legato ai Balcani.

Gioele: Per me il Kosovo è solo un nome. Un nome che parla di violenza, bombe, guerra. Una guerra che eravamo troppo piccoli per comprendere.

Marco: Anche per me non è molto di più. Spero proprio di parlare con Henri K quando torna. Perché stiamo certi che torna!

QUATTRO GIORNI PIU’ TARDI

Il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008.

Marco: Gioele, ho parlato con Henri K!

Gioele: Allora è vivo!

Marco: C’era anche il suo amico, Robi World. Sono partiti insieme. Abbiamo parlato del Kosovo, delle elezioni, della guerra e della vita…e le cose sono andate un po’ diversamente da come diceva quel lancio d’agenzia. Senti qua, ora ti riporto il nostro dialogo.

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Marco: Henri K! Sei tornato! Che piacere vederti. Ero in pensiero per te.

Henri K: Ciao Marco! Perché dici così?

Marco: Ma come, non eri in Kosovo durante le elezioni? Le violenze, bisognerà tornare ai seggi…

Henri K: Anche tu hai letto qualche titolo di news? Aspetta, ti devo raccontare con calma.

Marco: Va bene, aiutami a capire. Chi sarà il nuovo Presidente del Kosovo? Sarà un filo-albanese o un filo-serbo?

Henri K: Calma, calma! Nessun nuovo presidente. Il primo ministro del Kosovo è e resta Hashim Thaçi, un petroliere esponente del Partito Democratico del Kosovo. È stato eletto a fine 2007 e a febbraio 2008 ha proclamato come da programma l’indipendenza per il suo Paese.

Marco: Perfetto, grazie. Andiamo con ordine. Quando sei partito?

Henri K: Il primo novembre. Di mattina.

Marco: Praticamente hai fatto i Morti di qua e i Santi di là.

Henri K: Esatto. Forse non è una data di buon auspicio, considerando che andavamo in un paese dove fino a 14 anni fa c’era la guerra.

Marco: Infatti, prima mentre parlavi mi sorgeva un dubbio. La guerra in Kosovo non è finita nel 1999? Perché tanto tempo prima delle elezioni?

Henri K: Perché in mezzo c’è stata l’amministrazione con sovrintendenza ONU.

Marco: E come mai ci fu quella guerra?

L’area del Kosovo si estende per 10.887 km² ovvero meno della metà della Regione Toscana

Henri K: Perché il Kosovo, regione grossa quanto l’Umbria, a maggioranza albanese, voleva l’indipendenza da quella che allora era la Iugoslavia di Milosevic. Ma in Kosovo convivono ben sei etnie. Le spiega bene questo articolo di una ragazza di Cremona, che ha passato un anno di servizio civile laggiù: http://www.cremona.ipsia-acli.it/?p=458. Per questo, la faccio rozza, si è deciso di rendere il Kosovo una provincia autonoma.

Marco: E poi ci sono state le prime elezioni.

Henri K: Infatti. Una volta eletto, e in coalizione con l’altro partito di maggioranza che è la Lega Democratica del Kosovo, Thaçi ha proclamato l’indipendenza, subito riconosciuta da USA, Unione Europea e anche dall’Albania. Invece la Serbia, fiancheggiata da potenze come Cina e Russia, ma pure da stati europei come Spagna, Romania o Grecia, si è mostrata immediatamente contraria.

Marco: Il Kosovo confina a nord con la Serbia, giusto?

Henri K: Precisamente. E infatti è nel nord del Paese che resistono i gruppi serbi più ostili, che non riconoscono il Kosovo indipendente. Loro hanno boicottato la vita civile kosovara da sempre, creando addirittura delle istituzioni parallele a ombra di quelle nazionali. E qui arriviamo alle elezioni della scorsa settimana, e a ciò che le rende le più importanti nella breve storia del Kosovo.

Marco: Ecco, chiariscimi le idee.

Henri K: Intanto, stiamo parlando di elezioni amministrative. Dunque, in 34 comuni si è votato per eleggere i nuovi consigli comunali. La legge prevede un doppio turno in caso di mancata maggioranza alla prima consultazione, precisamente come per i sindaci italiani. Ecco perché si tornerà comunque a votare, nel primo week-end di dicembre: solo in 10 comuni è stata raggiunta la maggioranza assoluta mentre in tutti gli altri ci sarà bisogno di ballottaggio.

Marco: Perfetto. Quindi il ritorno al voto non è qualcosa di eccezionale a causa delle violenze.

Henri K: Niente affatto, anzi poi faremo chiarezza anche su questa storia. Ma lasciami dire ancora una cosa sull’importanza di questo voto. Ad aprile, i governi del Kosovo e della Serbia hanno siglato un accordo che prevede la creazione di nuove comunità autonome serbe in Kosovo per accelerare l’integrazione tra i due paesi. Infatti le istituzioni kosovare ancora non erano riconosciute dalla Serbia, che dava legittimità alle istituzioni ombra costituite appunto dai gruppi di etnia serba. Le “comunità autonome” sarebbero invece riconosciute anche dalla Serbia stessa, dunque queste elezioni erano un po’ il banco di prova per capire se i serbi del nord del Kosovo avrebbero accettato di partecipare alla vita politica dello Stato che ora, volenti o nolenti, abitano; oppure se ancora si sarebbero disinteressati.

Marco: E come è andata?

Henri K: È presto per dirlo. Il Kosovo ufficialmente conta un milione e ottocentomila abitanti. Ora si parla di affluenza al 40%, ma il Kosovo è una nazione con forte tasso di emigrati. Quel 40% comprende i cittadini all’estero? Non si sa, per cui magari l’affluenza reale potrebbe essere maggiore di quella percentuale. Comunque i due partiti principali, Partito Democratico e Lega Democratica, restano i più forti. Non farti ingannare dalle diciture: il PDK non è sovrapponibile al nostro PD, come la Lega Democratica che si propone come partito centrista non è esattamente il nostro classico partito di centro. D’altronde gli schieramenti dei partiti sono chiari dopo un po’ di anni di storia, e il Kosovo esiste da soli 5 anni. Pensa, come l’Italia del 1866: si sarebbe potuto parlare di schieramenti politici ben definiti? Addirittura, tra tutti i comuni, a queste elezioni erano presenti 103 partiti. 103!

Marco: Henri K, tu sei albanese. Si parla di unificazione col Kosovo, nel tuo paese?

Henri K: Be’, in Albania sono stati istruiti da cento anni che il Kosovo appartiene all’Albania. C’è un partito che si chiama Movimento per l’Autodeterminazione del Kosovo e ha tra i suoi punti fondamentali proprio l’unificazione con l’Albania, ed è anche un partito molto seguito. Ma non è che ci sia poi tutto questo interesse a unificarsi. Nel momento in cui il Kosovo è diventato indipendente, per noi albanesi va bene che sia indipendente. Io poi, che la vedo da fuori, penso che l’unificazione potrebbe creare dei problemi.

Marco: In che senso?

Henri K: L’Albania ha problemi economici gravi, il Kosovo pure. Se li unisci non è che i problemi si annullano perché siamo più grandi; anzi, si sommano. Ora come ora non è questa la via.

Marco: Guarda chi si vede. Robi World! Il tuo compagno di viaggio. E ha in mano una copia di Internazionale.

Robi World: Ehi! Non siete andati a lezione?

Henri K: Sì, ma ora stiamo parlando del nostro viaggio in Kosovo.

Robi World: Guarda qui, Henri K. “Tensione al voto”. E l’articolo dice che le elezioni “sono state segnate da gravi violenze nelle aree a maggioranza serba nel nord del Paese”. Ah ecco, leggi qua: “Persone sono entrate col volto coperto, lanciando granate e distruggendo le urne”.

Henri K: Questo è un dato falsato. Non hanno lanciato nessuna granata! Si vede che è un pezzo fatto in redazione. Gli scriveremo, che eravamo lì per East Journal e ci sono degli errori nel loro reportage…

Marco: Ma allora queste violenze ci sono state, sì o no?

La parte nord e quella sud di Mitrovica sono divise dal fiume Ibar.

Henri K: Sì, in tre seggi di Mitrovica Nord. Una delle città del nord del paese, quelle con forti gruppi serbi. È vero che persone incappucciate sono entrate nei seggi, sfasciando le urne e invalidando così il voto. È un fatto grave, e per questo il risultato di Mitrovica è temporaneamente sospeso in attesa che il voto in quei tre seggi presi di mira venga ripetuto…

Robi World: Ma mica hanno lanciato granate…con le granate ammazzi la gente! Con questi articoli non fai che creare un clima di tensione perenne. Mentre noi, che eravamo lì, non abbiamo respirato questa elettricità.

Marco: Siete stati a Mitrovica Nord?

Henri K: Sì, il giorno dopo il voto. La domenica eravamo a Pristina, la capitale del Kosovo. E poi siamo andati a nord.

Marco: E non avevi paura Henri K, tu che sei albanese?

Henri K: Be’, era meglio non svelare la mia nazione d’origine. Infatti col ragazzo che ci guidava, anche lui albanese, parlavamo inglese. Unico momento di tensione: mentre Robi scattava una foto, un tipo gli ha urlato qualcosa. Però in genere ci guardavano divertiti, noi con la nostra aria spaesata e la macchina fotografica a tracolla. Niente di male.

Marco: Parlatemi di Mitrovica Nord. Com’è entrarci?

Robi World: È…un’esperienza.

Henri K: Sì, un’esperienza.  Hanno un’altra bandiera, un’altra moneta. Hanno targhe serbe, bandiere serbe ovunque. La città non è divisa da un muro solo perché c’è una divisione naturale, il fiume Ibar. Su uno dei ponti che dividono le sponde, abbiamo parlato un po’ coi carabinieri italiani. Ci dicevano che durante il giorno era stato tutto tranquillo…

Marco: Come, come? Carabinieri italiani? Che c’entrano?

Henri K: Sono le forze dell’ONU. In realtà io credo che sappiano poco di quello che è successo negli anni passati. Be’, comunque loro erano tranquilli: “Non ci è arrivata nessuna segnalazione”…cioè capisci, e questi scrivono “lancio di granate”…

Marco : Bene, ho capito. Del voto abbiamo detto abbastanza. In Kosovo come si vive, mi riferisco a livello di vita sociale?

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Gioele: Amico, ti devo fermare. Devo andare ora. Ma wow, quante cose ho imparato del Kosovo. Insomma è ancora un paese spaccato, ma pian piano si fanno dei passi avanti verso la convivenza pacifica. Speriamo che i ballottaggi di dicembre siano pacifici; e che i teppisti di Mitrovica nord lascino in pace le urne quando si deciderà di rivotare. Henri K e Robi World mi sembravano ottimisti su questo.

Marco: Esatto.

Gioele: La prossima volta mi racconti il resto. Non vedo l’ora di sentire qualche scena di vita kosovara dalle voci dei nostri amici.

Marco: Contaci, proprio da qui ripartiremo nel prossimo dialogo.

Gioele: Grazie. A sabato, allora!

Marco: Certo! Ciao!

Leggi il reportage pubblicato su EastJournal di Henri K e Robi World

E su twitter il dialogo porta dialogo. Protagonista la traduzione errata di “Internazionale”

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Dialoghi ha distanza (occhio alla grammatica!)

#4. Il dialogo ai tempi della distanza geografica, delle rivoluzioni silenziose e della grammatica innamorante.

  • Ciao, come ogni settimana è tempo di scrivere il dialogo.
  • Lo so, ma non ci siamo più visti dall’ultima volta.
  • E il nostro appuntamento con i 15 lettori?
  • 25, prego.
  • Allora stiamo andando alla grande! E scrivere il dialogo della settimana è un dovere morale.
  • Kantiano, direi. Idee?
  • Mah… Che dicono i giornali?
  • Palese, tutti su Berlusconi.
  • Il solito insomma. Ne abbiamo parlato già tra l’altro e credo che abbiamo perso lettori (giustamente).
  • Mi domando perché i giornali non li perdono quando parlano troppo di Berlusconi.
  • Forse li perdono.
  • Basta Berlusconi! Torniamo a noi.
  • La settimana scorsa abbiamo scritto un bel dialogo in 3 davanti a una birra ghiacciata. Che ne dici se ci vediamo al bar e ragioniamo un po’?
  • Non posso, sono tornato in Terronia. Sapessi quante se ne vedono da queste parti.
  • Eh in effetti, tra l’altro nel pomeriggio salgo in Polentia. Lì non vediamo nulla già alle prime nebbie.
  • Nel mezzo dello Stivale c’è un vuoto. Tradiamo il nostro Chi Siamo.
  • E quindi? Che si fa?
  • Una rivoluzione! Siccome scrivono tutti, questa settimana non scriviamo nulla. Anzi, leggiamo un dialogo interessante.
  • Che mi proponi di bello?
  • Leggi qua. Book Sky Walker. Sono dei tizi strampalati, assolutamente geniali. Fanno un pic-nic lungo una vita. Qui Marco parla con un writer e gli spiega perché conoscere la grammatica è importante per fare colpo sulle ragazze. http://bookskywalker.wordpress.com/2013/10/24/ecco-perche-conoscere-la-grammatica-ti-permettera-di-intraprendere-rapporti-con-laltro-sesso-clicca-ora/
  • L’ho appena letto. Questi sono forti! E i nostri 25 lettori possono sentire qualche voce nuova. In fondo, più voci ci sono e più cose si imparano.
  • Perfetto, ci siamo. E anche questa settimana il dialogo è fatto.
  • Saluta a casa! Ci rivediamo la prossima settimana.
  • Se non resti disperso nella nebbia.
  • Ahah. Vai, vai dal tuo sindaco-nonché-viceministro-alle-infrastrutture-ma-senza-deleghe. Divertiti. La prossima settimana mi racconti.
  • Certo. De Luca o non De Luca, ci sarà tanto di cui dialogare.
  • Alla prossima!
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